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robwilco
anche Li Po morì ubriaco.


Diario


2 maggio 2006

minimacinema





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8 novembre 2005

Wilcoline

Finalmente è successo.
Rigrazio mio fratello Joe per l'ospitalità e tutto il resto.
Peace.


clickONit,punk!




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31 ottobre 2005

The Lion in the cage

"Tyger Tyger burning bright,
In the forests of the night:
What immortal hand or eye,
Dare frame thy fearful symmetry?"
(William Blake)

Sento qualcosa che mi cammina vicino al naso e mi sveglio.
Non vedo niente per via della mascherina che mi copre gli occhi e la saliva condensata in bocca mi impedisce di parlare.
Tolgo la mascherina e i tappi; un ragno deve essermi finito nelle narici.
Mi scrollo di dosso il sacco a pelo, strizzo gli occhi e vedo mia figlia che dorme rannicchiata vicino a me: poco più in là Sheldon occupa due materassi.
Dentro la tenda fa un caldo assurdo, il sole entra dallo spinnaker e i bergamaschi vicino a noi gridano qualcosa che per ora mi è incomprensibile.
Esco piano ed evito di svegliare chi ancora sta riposando.
Fuori, sotto la verandella, c’è il Vettine che fuma una sizza e sta preparando una moka di caffè.
Non dico una parola: prendo il collutorio e me lo caccio in gola, per poi risputarlo, insieme a una schifezza gialla, vicino al furgone dei bolzanesi.
Guardo il cielo ed è limpido, azzurro con delle sfumature bianche e qualche nuvola gigantesca.
Mi piace l’idea che con il termine “volta celeste” si possa intendere questo insieme di elementi così potenti.
Infilo un paio di pantaloni e mi annodo una maglietta bianca in testa per legare i capelli.
Mi siedo anche io sotto la verandella e noto che il Vettine è rosso sulle spalle: io, dal canto mio, sono abbronzato.
Il sole picchia e sono costretto a infilarmi gli occhiali scuri.
Vestito così sembro un predicatore rastafariano.
Il Vettine mi offre un bicchiere di caffè nero e amaro, poi entrambi ci accendiamo una sizza.
Sembra di stare in Africa.
Quando uno dei bergamaschi accampati vicino a noi grida: “Dodi” Sheldon si sveglia e borbotta qualcosa come: “Minchia, questi sono degli animali…”.
Pochi secondi dopo si sveglia anche mia figlia che deve fare la pipì.

Verso le undici iniziano i primi Sound System e il suono dei bonghi si diffonde.
Ci dirigiamo al campo base e ci immergiamo nella folla che bivacca ad ogni angolo.
Sheldon sfida il Vettine a ping pong; ci servono del succo al mango e qualcuno tenta anche di creare una sorta d’atmosfera stile villaggio turistico, fortunatamente con scarso successo.
Lascio i due a giocare e mi sdraio nel prato centrale a ridosso delle rocce.
Cerco di non mettermi a fissare le persone, ma è inevitabile: la maggior parte di loro è sdraiata o seduta per terra.
C’è della musica in lontananza e qualcuno che mangia o compra della paccottiglia.
Tolgo la maglietta dalla testa e gioco con i capelli finché il Vettine arriva e mi consiglia di smettere se non voglio diventare pelato.
Poi si mette a far su una canna e io mi chiedo dov’è mia figlia.
Poco tempo dopo la vedo arrivare con una brioche che le compre il viso.
Le domando dove ha trovato quella roba e lei mi confida in un orecchio che Saba l’ha rubata al market, poi si mette a mangiarla di gusto.
Io le dico che queste cose non si fanno, ma mi accorgo di avere un tono di voce e uno sguardo davvero troppo patetico per qualsiasi genere di paternale.
Qualcosa inizia a ovattarmi la testa: il suono si fa molto più lontano e il caldo sempre più intenso.
Ad un tratto comincio a sentirmi solo, terribilmente solo; una sorta di malinconia mi pervade tutto lo stomaco.
Fisso il cielo azzurro e qualche nuvola: vedo una costruzione, una sorta di stadio abbandonato, con dei mosaici azzurri sulle pareti.
Vedo un bambino che guarda sua madre e suo padre, poi si mette a considerare solo la rete e il filo spinato che unisono i due muri dell’edificio.
Il bambino sale su un pullman, e i suoi capelli sono spettinati dalla brezza del mare.
Qualche cicala fa rumore.
Mi volto piano e con gli occhi rossi guardo mia figlia, biondissima, assorta anche lei nei suoi pensieri.
Le chiedo se ha voglia di vestirsi come una piccola tartara e lei mi risponde che i tartari non esistono.

Mangiamo qualcosa vicino alla tenda.
Sheldon ha rubato dell’insalata dal market del campo.
Abbiamo un po’ di tonno e qualche bottiglia d’acqua.
Il Vettine ha comprato delle uova merdose che facciamo friggere in una padella.
Mangiamo di gusto.
Sheldon prepara il caffè e si accende una sigaretta; il vettine spezzetta della marijuana.
Parliamo del più e del meno.
Ridiamo.
“Forse dovremmo fare un po’ di spesa”, suggerisce Sheldon sdraiato su una stuoia di bambù, e insieme ci chiediamo se si può trovare qualche supermercato in mezzo alla valle.
Prendiamo la macchina e partiamo con il sole.
Chiediamo indicazione ad una donna piuttosto anziana che parla un dialetto incomprensibile.
Sebbene mi riproponga di non fissarla negli occhi, non riesco a smettere di guardarla e dentro di lei vedo il vuoto più estremo: sembra che sia completamente fuori dalla realtà, senza alcuna cognizione di causa.
Non avevo mai visto nulla del genere.
Affrontiamo la valle; mia figlia vuole che metta su i Morcheeba. Sheldon l’accontenta.
Sheldon la vizia sempre.
"Grazie zio" dice lei.
Troviamo un supermercato deserto e ne approfittiamo per portarci via un bel po’ di roba.
Nascondiamo qualcosa nello zaino e sotto le felpe; riempiamo anche la piccola, e io mi sento un po’ in colpa.
Riusciamo a telare senza esser scoperti, e mentre ritorniamo al campo, il cielo si fa grigio, severo e terribilmente immenso.
Quando raggiungiamo la tenda ha già iniziato a piovigginare, ma non sembra minacciare grandi cose.
Sistemiamo la roba alla buona e ci chiudiamo nella bettola.

Mi vesto con la k-way per andare alla base; indosso pantaloni corti e infradito: sembro un incrocio tra Spongebob e un dj filippino.
Saluto Rashid e Jah Boy, così, tra una stronzata e l’altra, chiedo se ci sono nuove dal mondo esterno.
“Cosa uomo? Non sai ancora? London, too much dead people, a bomb in the bomboclat tube” mi dice Jah Boy.
Balbetto qualcosa e provo a chiedergli chi è stato.
Mi porta alla postazione internet e mi fa vedere il pc.
“That bomboclat talebans”.
Quando sento la notizia, una forza deprimente mi travolge; sto per cadere all’indietro e penso subito a mio fratello Macho. Mi spavento come un dannato, e sento qualcosa implodermi nello stomaco.
Qualcuno mette una canzone di Sizzla, “Live On” e mi scendono le lacrime dagli occhi.
“Papà”, grida la bimba dietro di me.
Ha una k-way militare più grande di lei; c’è anche il Vettine che preoccupato mi avvisa: “Marta arriva oggi, cazzo. Anzi potrebbe essere già in stazione”.
Io mi sento pesante e al contempo leggero, come l’acqua.
“Noi andiamo a prenderla con la macchina, tu e Tessa tornate alla tenda e state attenti, potrebbe succedere un casino!”.
Prendo la piccola sotto braccio e raggiungiamo Sheldon che sta per partire.
La pioggia si è fatta più fitta, e il vento soffia con violenza.
Nel giro di pochi minuti, lo spinnaker cede e la veranda si sfascia.
I bergamaschi vicino a noi perdono l’intera tenda.
Esco per rimediare alla situazione, e sento la terribile difficoltà di essere anche un po’ sfatto.
Mi ritrovo con le gambe e i piedi nudi immerso nell’acqua a cercare di rimediare all’alluvione che ci sta sputtanando la postazione, con mia figlia, fradicia, che tiene a stento le corde e i picchetti.
La sua tenerezza mi fa venire in mente una frase del Vecchio Testamento.
Genesi, 6.5:“E allora Iddio si adirò moltissimo”.

Quando gli altri ritornano, la pioggia non ha ancora smesso.
Marta è avvolta in un poncho discreto e i lunghi capelli biondi le spuntano dal cappuccio; il Vettine la protegge con cura ancestrale.
Sheldon, senza dire una parola, si fionda ad aiutarmi, e io incito mia figlia ad entrare in tenda e ad asciugarsi per bene.
Devo alzare un po’ la voce per farmi obbedire.
Marta mi grida di Londra e io non ho la forza per rispondere.
Il vento è ancora forte, ma in qualche modo riusciamo a stabilizzare la situazione.
Ci liberiamo dei vestiti bagnati e ci avvolgiamo nelle coperte Apache, accendiamo la torca e ci ficchiamo tutti dentro, tra i materassi, sacchi a pelo e le coperte.
Quelli di Bolzano hanno subito i danni peggiori: ora stanno bestemmiando in tedesco perché pare che abbiano preso un sacco d’acqua e il loro camioncino di merda è in panne.
Sheldon ride di gusto.
Nella tenda inizia a fare caldo; mia figlia si spoglia e si infila nel sacco a pelo. E’ sporca di fango anche in faccia.
Provo a pulirla con delle salviette, ma lei fa delle smorfie.
“Allora, com’è la situazione?” chiede il Vettine alla nostra ospite.
“Fuori è un delirio, non sapete neanche quanto ho rischiato per portar qui questa roba. Tornare in città ora è fuori discussione”.
Si mette le mani nel reggiseno e si cala i pantaloni; in men che non si dica la vedo tirar fuori una quantità imbarazzante di sacchettini, e nel “Cristo santo!” generale ci sta sottinteso un dubbio su come potesse stare tutta quella roba addosso alla bionda.
Io sento un forte bruciore di stomaco: guardo la merce, poi mia figlia.
Esco a fumarmi una sizza con Sheldon.
La pioggia è terminata e anche il vento.
Ho i capelli decisamente sporchi, secchi e duri.
La volta celeste si apre e una quantità infinita di stelle coinvolgono tutta la valle.
Mi viene in mente il nostro periodo in Grecia, e un impulso simile alla malinconia mi riporta in una stanza d’ostello, da qualche parte vicino al santuario delle Meteore, con quella piscina vuota e lurida.
Sheldon si avvolge la coperta Apache intorno alle spalle e mi chiede di Macho.
Io gli dico qualcosa come che non posso certo sapere se sta bene o no.
Esce il Vettine dalla tenda con un residuo di canna in mano; si infila la felpa e si riallaccia i pantaloni.
Mi passa il mozzicone e si stappa una birra.
Guardo dentro e vedo la bionda, tutta fatta che ride a crepapelle e mia figlia che si diverte a tirarla.
Suggerisco al Vettine, che forse anche Marta dovrebbe riallaciarsi i pantaloni.

A metà serata abbiamo già piazzato un po’ di pezzi, e la piccola mi chiede dei soldi per mangiare.
Ironizzo chiedendo come mai Saba non ha rubato niente, ma lei non raccoglie la mia provocazione, però mi chiede chi sono gli Irochesi.
Le do quanto basta per del riso senegalese e le accenno qualcosa sugli indiani d’America.
Sheldon si spara un mega kebab; tra i morsi mi dice che forse abbiamo perso il Vettine.
Ci spostiamo sotto il palco principale, attendendo che gli Israel Vibration finiscano di suonare.
Su “Ball of Fire” sono già perso via con la testa e inizio a sentirmi stanco.

Recupero con un fischio la piccola e la porto vicino a me; si mette a ballare canticchiando The Same Song.
Un gruppo di sfatti, piuttosto strani si avvicina a me e a Sheldon.
Un tale ossuto e tutto agitato, con un accenno di calvizie e i denti gialli mi chiede se siamo noi quelli.
Sheldon li manda via con una classe invidiabile: io mi ficco la testa tra le mani e li osservo: sono tutti uomini, due neri e tre bianchi, avranno circa trentanni se non quaranta. Finito il concerto, Sheldon va a sbrigare qualche business dalle parti di Upper Yard, mentre io rimango con in braccio la bimba.

Senza che me ne accorga (e di questi tempi, non so perché, è difficile), mi coglie di sorpresa lo strano con i denti gialli e mi sussurra ansiosamente di vendergli almeno due sacchi.
“Cristo, non davanti a mia figlia!” gli intimo.
“Questa è la tua bambina? Ciao piccola, come ti chiami”, si sposta su di lei col fare di una iena, e qualcosa in lui mi confonde.
Lo prendo per il lembo della camicia strattonandolo fino ai cespugli, sotto le rocce.
“Tieni, sfatto del cazzo” e gli do quello che vuole.
Mi paga senza discutere, ma continua a sorridere in modo malsano.

Dopo un ora, Sheldon ed io ci ritroviamo ad Upper Yard.
La piccola gioca con Saba e Rashid apre le danze con la dance hall.
Rashid è il padre di Saba.
Me ne sto in un angolo, seduto sul parquet, a fissare un fascio di luce arancio che illumina tutta la sala, mentre la musica mi intontisce più di quanto non lo sia già.
Girano un paio di bomboloni; mi sembra che sia giorno: con la testa mi trovo a Los
Angels, durante quella tremenda estate calda e afosa.
Vedo solo bambini che giocano e qualche scemo che stronzeggia a basket.
Sento come una felpa su tutto il corpo e ricordo ancora cosa si vedeva dal cavalcavia vicino al campetto: un fast food del cazzo e qualche palma triste.
E’ una ragazza sui 27 anni che mi riporta nel salone; prima mi offre qualcosa di forte, dopo di che inizia a farmi un sacco di domande.
Ci prova, o meglio, vorrebbe che io ci provassi di brutto.
Io biascico a malapena; si vede che non le piace come le rispondo e quindi si mette a parlare degli uomini, che sono delle nullità, che non valgono niente.
Stava con un tipo, un attivista politico, che l’ha fatta abortire e che non era un vero uomo, perché non voleva essere padre.
Ipotizza che forse anche io non ho nessun rispetto per la donna, sono solo un degenerato del tutto infantile, uno che probabilmente odia i bambini e si caga sotto all’idea di avere un figlio.
La fisso a lungo, la metto un po’ in soggezione, poi mi volto e vedo la bimba che balla con Saba.
Mi giro di nuovo verso di lei e con uno sguardo profondo le dico:
“Ma vaffanculo! La vedi quella? È mia figlia”.
Mi urla dietro in un dialetto del sud, io la insulto, poi a fatica mi ordino di recuperare la cucciolina, ma vedo lo strano tizio coi denti gialli che la sta accarezzando sotto la gonna e se la struscia su di sé.
Mi alzo di scatto , avanzo verso di loro, prendo la bambina  e in pochi secondi, lo strano mi mette una mano in faccia che mi fa dondolare all’indietro: sfrutto questo movimento e mi lancio su di lui con una testata, poi gli salto sopra e lo colpisco più volte sul naso, rompendoglielo.
Un negro decisamente più grosso di me, mi sferra un calcio alle costole.
Recupero a stento, gli piazzo un cartone in faccia, ma lui risponde con una ginocchiata in pancia.
Sento sibilare qualcosa, poi un colpo secco.
C’è il Vettine dietro di lui che gli ha appena rotto una bottiglia di vino in testa: è completamente ubriaco, quindi decisamente violento.
Sheldon arriva e inizia a pestare l’energumeno da terra, io torno alla carica sullo strano e lo massacro, bagnandomi le mani di sangue.
Marta grida qualcosa e porta via la bimba incredula.
Jah Boy recupera Saba in lacrime.
Urlo a squarcia gola, ma Sheldon mi porta via con la forza.
Rashid non si è accorto di nulla; la musica è troppo alta e la gente troppo sfatta.
Il Vettine inveisce con parolacce e insulti; torniamo alla tenda barcollando e io vomito a metà strada.
Guardo Sheldon con gli stessi occhi profondi, gli stessi occhi profondi con i quali avevo guardato quella tipa poco tempo prima e lui mi accarezza, mi stringe a sé e mi fa sedere.
Dopo un ora ci siamo calmati un po’.
Marta trema fuori dalla tenda, la bimba è nel sacco a pelo, ma voglio assicurarmi che si addormenti, poi torno fuori dove Sheldon, fumando una sizza ci dice, con tono perfettamente paterno di stare tutti molto attenti, che non siamo nella condizione di fare questo genere di scene e che forse, per un po’ eviteremo l’Upper Yard.
Ha terribilmente ragione: è rassicurante.

Sento qualcosa che mi cammina vicino al naso e mi sveglio.
Non vedo niente per via della mascherina che mi copre gli occhi e la saliva condensata in bocca mi impedisce di parlare.
Tolgo la mascherina e i tappi; un ragno deve essermi finito nelle narici.
Mi scrollo di dosso il sacco a pelo, strizzo gli occhi e vedo mia figlia che dorme rannicchiata vicino a me: poco più in là Sheldon occupa due materassi.
La luce del mattino brilla sui capelli biondi di Marta, abbracciata al Vettine che dorme con la bocca aperta.
Mi alzo, esco dalla tenda: probabilmente è ancora presto.
Ho dormito vestito; uso dell’acqua minerale per lavarmi la faccia.
Evito di proposito il campo base e anche i Sound System, mi sposto oltre i cespugli sotto le rocce e trovo un sentiero sterrato tra i boschi, tutto in salita.
Cammino piano, lentamente, ho un vago ricordo di Mugen e di quella volta che abbiamo incontrato una ragazza sola nelle strade di collina.
Lei si era rotta i sandali così lui l’aveva aiutata a camminare.
Il sentiero si fa più chiaro: supero un ruscello e vedo una specie di chiesa abbandonata, con un campanile di mattoni.
Entro, ma non c’è nessuno.
La polvere e l’edera hanno quasi coperto tutto l’interno dell’edificio: una scala di legno porta in cima alla costruzione.
Arrivato lì, vedo qualche libro rovinato dall’usura, oltre che a una grossa campana arrugginita.
Mi affaccio con la testa nelle spalle.
Ho la possibilità di vedere tutta la valle, e anche di più, finché con lo sguardo non incontro le montagne che mi impediscono di proseguire oltre.


a tribute to B.E.Ellis.




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19 luglio 2005

L'Accendino

“La strategia è la via del paradosso”.
(Sun-Tsu)

Fa un caldo tremendo e si può sentire lo smog condensato che ti scivola sulla pelle sporcandola
apposta.
Poli ed io siamo seduti su una panchina in piazzale Durante vicino a un distributore di benzina.
Sebbene sia un martedì sera e sia luglio, ci sono ancora un sacco di macchine in giro che
illuminano la strada o risuonano con i clacson costantemente.
Poli indossa una maglietta nera, dei jeans sgualciti e delle scarpe senza stringhe.
Io ho una camicia slacciata, bermuda e infradito di bassa qualità.
Digerisco quello che ho da poco mangiato e un terribile retrogusto di cipolla mi sale su
dall’esofago.
Ripenso a quando passavo le estati in Liguria e inizio a perdermi nei meandri della memoria
involontaria.
Poli si alza, ammazza con una sorsata la birra che aveva in mano e spara un sonoro rutto che
sembra fatto a comando.
Lo seguo.
Scendiamo per via Ricordi in modo svogliato e ci dirigiamo lungo via Lulli.
Incrociamo qualche indiano del cazzo che vende fiori e niente di più.
Poli si ferma e sottovoce dice qualcosa come: “devo comprare le sizze..”.
Arriviamo di fronte a ‘sto locale che sembra essere anche una tabaccheria.
Fuori, seduti ai tavolini, ci sono dei sudamericani, probabilmente peruviani che bevono e parlano
nella loro cazzo di lingua: dentro c’è ovviamente della musica latina.
Poli lancia un occhiata  ai clienti  con aria rassegnata e mormora sottovoce: “che cazz…”
evitando di farsi sentire.
Noto che i tipi ci stanno fissando, ma penso anche che i sudamericani fissano sempre tutti per
natura.
Dentro la televisione è accesa su Rai 2 e trasmette i campionati di nuoto sincronizzato; mi
metto a fissare lo schermo e penso spudoratamente che le ragazze di quello sport hanno un
culo perfetto.
Fa un caldo tremendo: una goccia di sudore mi scende lungo la tempia e sembra pesante come
una pietra focaia.
Poli si avvicina al bancone e parla con il proprietario: un indio baffuto, pieno di anelli e col
cordino.
“Camel normali…”, poi si gira per chiedermi se ho bisogno delle sigarette.
Gli rispondo di no, e mi distolgo da quei culi danzanti.
Poli paga, prende il resto, poi si gira nuovamente per aggiungere: “…e anche l’accendino più
economico che hai…”.
L’indio ne prende uno rosso, Poli gli da un biglietto da 10 e l’indio, pronto come non mai gli
sbologna un euro di resto.
Poli prende la moneta; mi sudano le ascelle e forse, ma non ne sono sicuro, anche le palle.
Poli lo guarda, l’indio lo guarda.
“E allora?” dice Poli.
“Che…?”.
“Un accendino costa 9 roiz?”.
Il proprietario non muove un muscolo, e Poli lo fissa stupefatto.
“Guarda che ti sei sbagliato, non può costare così, al massimo un euro…” e gli fa vedere la
moneta di resto.
L’indio muove solo un po’ la mandibola e non smette di fissare Poli il quale si gira verso di me e
mi chiede se ho visto cosa è successo.
Gli rispondo di sì e gli suggerisco di mollare lì quell’arnese e farsi ridare i soldi.
Poli fa più o meno come gli ho detto, sbuffando un po’:
“Senti, è troppo caro, dammi i soldi…non lo copro”.
L’indio dice qualcosa che non sembra neanche spagnolo e Poli inizialmente cerca di capire
qualcosa, poi si volta nuovamente verso di me per chiedermi:
“Oh ma che scena è?”.
Mi avvicino al bancone: un odore tagliente di peperoni e tabasco mi investe le narici, e inizio a
sentire molto caldo.
Provo a spiegare che rivogliamo i soldi; uso delle parole tranquille, provo a ripetere il tutto molto
lentamente.
L’indio sta in silenzio per un po’, poi urla qualcosa ai due clienti fuori che rispondono solo:
“Vale…”, si alzano e se ne vanno.
Poli ed io non capiamo bene la cosa: le vecchie insegne pubblicitarie della corona, le schedine
del lotto e un poncio sgualcito appeso al muro mi fanno venire ancora più caldo, in più, un
giramento di testa appena accennato non sa se farmi ridere o piangere.
Mi sento scivolare addosso lo smog e qualche zanzara comincia a ronzarmi intorno alla testa.
Poli si altera vistosamente e inizia ad alzare la voce:
“Senti filippino del cazzo, mi ridai i miei soldi?”.
Il tipo si mette ad armeggiare con le sigarette.
“Oh! Ramon di merda! Come cazzo ti chiami! Mi vuoi fottere?!”
Io biascico qualcosa come: “Dai oh, dagli i soldi” poi mi passo una mano sulla faccia che non fa
altro se non peggiorare le cose, pasticciando lo sporco e il sudore sulla fronte.
Un braccio comincia a pizzicarmi, chiudo gli occhi per pochi secondi e scomodamente mi volto
per togliermi da quel posto, finché non sento più la musica latina e vedo l’indio che tira fuori, in
meno di un secondo, un cazzo di fucile: urla qualcosa e poi spara.
Mi si spezza la voce su una bestemmio, mi partono i timpani in un sordo fischiare: vedo tutto
virato in rosso, ma è questione millesimi; Poli vola verso l’ingresso con la cassa toracica aperta,
le ossa che escono piene di sangue.
Io mi getto fuori dal locale, inciampo in qualcosa, forse un bicchiere e mi metto a correre.
Sento ancora sparare, lo sento nitidamente, lo sento vicino, e il mio respiro si fa corposo,
pesante, grumoso.
Non batto le palpebre e tengo gli occhi e la bocca spalancata.
Un altro sparo, questa volta però più lontano.
Quando mi fermo non ho la minima idea di dove mi trovo; mi lancio sul marciapiede e mi sdraio
per terra mugugnando, lacrimando e singhiozzando come se stessi annegando sott’acqua.
Tossisco forte.
Bestemmio a ripetizione tra i sorsi d’aria che sembrano essere sempre insufficienti.
Guardo in alto, c’è un lampione e un cestino; probabilmente sono in viale Lombardia.
Continuo a vedere quell’indio che prende il fucile e Poli sventrato, rigido, incredulo, forse ancora
vivo.
Mi metto a piangere e urlo.
Ad un tratto sento il rumore delle sirene, ma mi sembrano essere davvero troppo lontane.




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12 luglio 2005

Una donna sola

Una donna sola è una donna triste.
Difficilmente una donna sceglie di stare sola,
e chi l’ha abbandonata,
dovrà pentirsene.
Una donna sola non smette di vivere,
se saprà sfruttare al meglio le proprie qualità,
perché una donna,
anche se sola,
non perde ciò che ha.
Una donna sola, generalmente lavora.
Ci si abitua al mattino, si passa la giornata,
ma è alla sera che è dura.
Una donna sola è una donna pensosa, pragmatica, severa,
ma è anche confusa,
e sicuramente, quando piange e quando sorride
lei è sincera.
Simile alla leonessa, che nella savana si è persa.
Simili gli uomini, agli animali della foresta.
Ma essendo mammiferi,
fra le difficoltà e i litigi,
la donna sola, sola come leonessa, non rimane in
disparte, poiché ha i suoi figli.
E se i figli leoni, diventano grandi, forti e
responsabili;
se i figli leoni avranno la criniera folta e la
bellezza maestosa del tramonto,
la madre leonessa saprà di aver superato se
stessa, di aver dato molto, di aver creduto nella
sua attitudine.
Perché, è noto, che i figli leoni ruggiranno,
e spazzeranno via tutta la solitudine.

 

 

 

07.luglio.2005




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14 maggio 2005

lion is the king of king




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8 aprile 2005

Meno spaventoso del previsto

“Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d' orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.”
(Montale)

 

Fosco non si era mai svegliato così presto costantemente, come negli ultimi cinque giorni.
L’alba di uno splendido mattino d’estate, leggermente rarefatto da un sottile soffio glaciale era
stata capace di illuminare la sala principale con un azzurro intenso, come se l’intero
appartamento fosse stato sott’acqua e avesse goduto del riflesso dei raggi sul blu oceano.
Fosco guardava e sorrideva piano; aveva gli occhi stanchi per il poco sonno, ed indossava gli
stessi vestiti da ormai una settimana.
Aprii le finestre e si sistemò alla meglio i capelli, poi prese la sua giacca e si sedette sul
balcone, fumando una sigaretta.
II sole era sempre stato così distante, ma al contempo chiaro e rassicurante.
La bianca luce del giorno aveva un qualcosa di materno: si avvicinava piano alle cose, con
serenità e pacatezza.
Il padre di Fosco aveva dormito sulla sua sedia a dondolo; non c’era stato verso di portarlo a
letto: aveva preferito appisolarsi lì, socchiudendo piano gli occhi e lasciandosi andare ai suoi
lunghi, interminabili riposi.
Fosco tornò in sala e lo guardò.
Fece in tempo a preparare una tazza di caffè, un po’ di latte caldo e qualche fetta di pane
tostato; poi portò tutto di là, e lo trovò sveglio.
Senza dire una parola, lo aiutò a sorseggiare il latte tiepido: sbocconcellò le fettine di pane e
gliele porse piano piano, senza sforzarlo.
Finita la breve colazione, lo coprì nuovamente, con una certa amorevolezza piuttosto insolita:
una sorta di cura che aveva avuto principalmente da bambino e che in certi momenti si
manifestava discretamente.
Il ragazzo si alzò per andare a lavarsi i denti.
Senza badare al pallore e all’aspetto un po’ trasandato, diede una lunga spazzolata alla bocca e
niente di più.
Dal bagno si spostò nuovamente in cucina per prendere delle medicine al padre: i raggi di sole
che passavano attraverso le bottiglie di Bombay Gin vuote accantonate sul tavolo avevano fatto
blu anche la cucina, che nonostante il disordine tradizionale, ora sembrava la stanza più bella.
Aiutò nuovamente l’uomo a prendere le pillole, ma non c’era verso di fargli aprire la bocca.
Insistette piano, poi, stimolò leggermente con le dita la mandibola e lui sbadigliò
meccanicamente.
“Oh poverino…che lo curino” disse il padre mantenendo lo sguardo fisso e debole contro la
finestra spalancata, e scuotendo piano il capo verso sinistra.
Fosco lo guardò di profilo.
Era rimasto un uomo molto bello; aveva mantenuto tutti i capelli e la pelle sembrava ricoperta da
un leggero strato di cristallo: portava un’espressione così fragile, ma comunque austera.
Era un bell’uomo, un vero signore.
Il figlio lo accarezzò sulla testa e li baciò la tempia gonfia.
L’uomo accennò un sorriso, come se quel tipo di bacio fosse ormai l’unica cosa in grado di
sensibilizzarlo un po’.
Rimasero in silenzio, uno vicino all’altro.
Fosco era seduto sul divano, non riusciva a chiudere gli occhi.
Guardava anche lui lontano oltre la finestra; guardava i soliti palazzi disposti rigidamente,
guardava il sole salire ed aprire il cielo, e quando si voltò vide che anche suo padre stava
guardando lontano, ma forse in un'altra direzione.
“Chi c’è?” chiese l’uomo senza muoversi, e tra una pausa e l’altra continuò: “E’ giusto che si
facciano anche queste cose; io sono sempre sceso presto”.
Il ragazzo si alzò ed andò a rovistare nella libreria dietro il divano.
Tra i cd sparsi trovò quello di Chick Corea e mise su una delle tante versioni di “Spain”, poi tornò
a sedersi.
Il padre , sempre senza muoversi, fece un grande respiro.
Poi si strofinò gli occhi e nel mentre bisbigliò: “Ah come mi piace questa musica..” così si lasciò
andare ad un sonno leggero.
Il ragazzo lo coprì bene e gli accarezzò il viso.
Ormai era mattino; la luce aveva assunto un colorito più giallo, la cucina aveva sempre gli stessi
riflessi dalle bottiglie, ma ora sembrava più tinteggiata di verde che di blu.
Si sentì un breve squillo di cellulare.
Fosco andò in camera sua, raccolse il telefono e lesse un messaggio:
Come sta papà?
Appena posso vengo lì a cambiarlo, poi lo porto con me.
A dopo.
Non rispose; piuttosto aprì le finestre e tirò le tende anche in quella stanza.
Rovistò tra i cassetti e con naturalezza trovò un vecchio pacchetto di Gitanes nascosto sotto
qualche appunto.
Seduto, completamente ricurvo sullo schienale, lasciò fumare una di quelle sigarette, aiutando
con qualche boccata ogni tanto.
Sembrò passare un eternità; quando la spense si tirò su piano e tornò di là, vicino al padre, che
aveva riaperto gli occhi e che ora si era voltato a guardare il volto del figlio.
Fosco gli prese la mano.
“Che bel ragazzo che sei” disse l’uomo tranquillamente.
“Gioia mia. Sei tanto bravo” continuò “No…non c’è niente d’aver paura”.
Il ragazzo strinse più forte e si avvicinò per baciargli il palmo.
Provò, per scrupolo, a sentirgli il polso, ma il battito era regolare.
Rimasero vicini per un po’, poi il padre tirò indietro la testa e prima di chiudere nuovamente gli
occhi disse con voce molto bassa: “Spain…”.
Fosco lo baciò ancora sulla tempia.
Riprese la giacca e si strinse dentro; si portò sul balcone e si appoggiò al muro bianco.
Iniziò a piangere.
Pianse senza singhiozzi, senza sospiri convulsi, pianse molto, pianse piano.
Le lacrime scendevano e non potevano essere trattenute.
Guardava il grigio sparso intorno a lui, guardava il cielo così grande, finché
non si rannicchiò su se stesso, e continuò a piangere senza potersi fermare.
Quando riprese un po’ di forze, si sporse dal balcone, provò a guardare lontanissimo, oltre i
palazzi vicini alla ferrovia, ma si sentì ancora più vuoto.
Tornò in sala strofinandosi gli occhi con i palmi delle mani; suo padre aveva mantenuto la stessa
posizione di prima.
Fosco si avvicinò piano, lo circondò con lo sguardo: si soffermò sul mento, sulla bocca e sugli
occhi, così raffinati e ben definiti.
Riprese nuovamente a piangere, singhiozzando e gemendo.
Con una mano gli strinse il polso e con l’altra lo sfiorò sulle guance.
Poi, con voce così infantile, disse:  “…papà…?”




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17 marzo 2005

New Jungle Forum




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27 gennaio 2005

Nulla che non si possa risolvere

“Solitudine non vuol dire semplicemente star soli,
ma soprattutto esser privi della coscienza di sé.”
(Jing, il re dei ladri)



“Nate, ho fatto un sogno assurdo”.
“Non rompere”.
“Dico sul serio, ho sognato che andavo a rubare nella roulotte di Roby Facchinetti e poi mi sono svegliato perché mi sentivo in colpa”.
Che razza di caldo; ma dove diavolo sono?
“Ma Facchinetti…quello dei Pooh?”.
“Si, quello…”.
Sono animatore in un villaggio vacanze nella Martinica.
Mi occupo del mini-club.
Martinica?
“Nate”.
“Che vuoi?”
“Non riesco a dormire”.
“Non rompermi le palle, ho lavorato tutta la sera, sono stanco”.
“Maledetto ingrato!”.
Non c’è modo di stare a letto, questo è ovvio, forse devo andare in bagno.
“Forse devo andare in bagno”.
“Ecco bravo, vai a cagare”.
Che razza di caldo che fa in Martinica, però è pur sempre un posto di classe.
Animatore in un villaggio vacanze, questa poi è davvero buona, chi l’avrebbe mai detto.
Niente, non succede nulla di utile.
Non la faccio.
“Non faccio niente, Nate”.
“Per forza, scemo. Non hai mangiato niente”.
“Come sarebbe a dire: non hai mangiato niente? E la cena? Sono un animatore, cazzo, mi danno il cibo gratis…aspetta, vuoi dire che ho saltato la cena?”
“Io non ti ho visto a tavola…”
“Maledetto barista! Cosa ne vuole sapere un barista di quello che fa un animatore? Io ho responsabilità, io seguo i mocciosi. Mica mi posso permettere di abbuffarmi. Fanno bene a chiamarti Nasty Nate…sei un uomo geloso e iracondo! Comunque hai ragione, non ho mangiato niente, mi sono scolato qualche drink durante la serata e poi mi sono trovato a letto, a fare quel sogno assurdo”.
“Dai smettila di sbraitare e vieni a letto, che domani ti devi alzare presto”.
“Se è per questo anche tu”.
“No, io sono il barista, io mi alzo più tardi”.
“Mi faccio un giro, di dormire non se ne parla”.
“Ecco bravo, levati dalle palle e lasciami riposare”.
Maledetto Nate, sempre così pragmatico, farà freddo fuori? Diavolo, sono in Martinica, dove fa sempre caldo.
Chissà poi come ci sono finito qui; ho toccato il fondo molte volte, ma a al punto di fare l’animatore? Fino a due mesi fa ero ancora a badare ai problemi familiari, a congelarmi le mani e la faccia ogni dannata mattina, a studiare per cercare di lavorare in qualche modo, finché quel gonzo non si innamora di una bionda, sicuramente una bionda di tutto rispetto, che però passa il suo tempo libero a fare le cose più strane, come, per esempio, l’animatrice.
Che poi, una come lei, che cosa anima? Sicuramente è tagliata per il pubblico…ah forse insegna vela o windsurf.
Arruoliamoci dice lui; arruoliamoci dico io, e ci presentiamo al direttorio dei villaggi turistici, e per non sapere né leggere né scrivere ci schiaffano insieme in Martinica a fare uno il mini-club (lei ha esperienza coi bambini? Certo signore, ho ben quattro fratelli) e l’altro il barman.
Però la bionda non c’è, questo è ovvio.
Aspetta, dove cazzo sono finito? Ah già, da qui si va alla spiaggia, bene.
Che poi Nate il barman lo faceva anche prima, mentre io coi bambini ci so fare poco. Non avrei dovuto accendermi la sigaretta davanti a loro, per esempio, che oggi la collega (quella grassa) mi ha rotto le palle fino alla morte: “qu’est-ce que tu fais? Mais t’ es fou, putain!”
Ma fottiti, chi ti vuole? Tanto quei bimbi sono tutti ultra viziati, figurati, tra qualche anno fumeranno anche loro, e si sbronzeranno. Già adesso sono così precoci, tutte le sere in discoteca, a cuccare, a provarci con le ragazzine, gente di quattordici anni più sveglia di un suricato. Io a quattordici anni mi sballavo coi brutti voti e andando male a scuola, che poi non è vero, diciamocelo, ero un ansioso già al tempo.
Tuttavia non era nulla che non si potesse risolvere; infatti eccomi…oh ecco la spiaggia, mi metto qui, sotto la palma, con la luna che fissa il mare e il mare che se ne sbatte. Chissà poi cosa ci si trova di romantico in tutto questo; la luna è sempre lì, e il mare è talmente grande e vecchio che può permettersi di criticare a parolacce tutti i boccaloni del planisfero.
Ma che belle parole, bravo, guarda, sei proprio…
E non ho pure mangiato niente: uno dice tanto dei punk, degli spostati, i tossici, i falliti, ma nessuno penserebbe mai che un animatore arrivi a notte fonda senza aver toccato cibo; Cristo, la gente viene qui e si ingozza di ogni ben di dio, sembra quasi assurdo che…cazz’è? Che bestia è? Ah un paguro…bhè notevole, non c’è che dire.
Bello però, la spiaggia, il mare, il silenzio (che poi se c’è il mare, non c’è il silenzio) la luna, la brezza, le palme, insomma non mi posso lamentare.
Chissà cosa staranno facendo a casa, speriamo che non sia successo nulla di grave; io non riesco proprio a capire quelli che parlano dei propri lutti in maniera pacifica; diventano tutti buddisti, accettano la morte senza nessuna tragedia: ieri è morta mia nonna, era molto vecchia; ieri mio padre ci ha lasciati, era molto malato; ieri mio fratello è andato in overdose, era un drogato, se lo meritava.
Ho sempre letto e quasi sempre sentito frasi di questo tipo, ma io non riuscirei mai, per me sarebbe una tragedia, piangerei ore, giorni, settimane, mi dispererei tantissimo, sarebbe davvero triste non poter rivedere più quella persona; sono i cambiamenti della quotidianità.
La gente come me non è capace di sopportare queste cose, ogni volta che la vita prende una sbandata, una botta sul guard-rail le cose si complicano, si comincia a sudare, a non dormire più, a diventare ipocondriaci.
Poi ci si invischia nelle cagate tipo oroscopi, finte premonizioni, sensazioni paranormali: ecco l’avevo detto io che quel sogno stava a significare lutto in famiglia…ma tié.
Niente, non ho sonno, di dormire non se ne parla, e domani devo lavorare, dai, andiamo al mini-club, così magari sono già lì e faccio la figura di quello dedito al dovere.
Tanto è un po’ più in là…ecco…lungo la spiaggia.
Inquietante però sta spiaggia, grossissima e lunghissima chissà se qualcuno viene qui a imboscarsi qualche volta, alla fine la gente va nei villaggi turistici per schiacciarsi gli animatori. Oddio, gli adulti optano per il riposo, quel che è giusto è giusto, ma tutte ‘ste ragazze, ventenni, trentenni, sempre con l’occhio della ragazza libera, facile, senza problemi, come diceva Nate: andiamo a fare gli animatori, così schiacciamo.
Schiacciare fa ridere come termine, che poi lui becca, si se n’è fatta una due sere fa, un puttanone di Roma, e sosteneva anche che fosse una ragazza fine, ma a me non sembrava.
Ecco i tavoli…che belli questi tavoli messi così a guardare la spiaggia; sono come dei grandi banchi, nei quali anche un uomo si sente un bimbo delle elementari.
Ho sempre sognato una scuola elementare vicino al mare; le scuole elementari sono così perfette, sono grandi, colorate, a misura degli occhi e della vita di un bambino.
Se questo posto fosse una scuola elementare sarebbe stupendo, con il sole che illumina i tavoli, e le facce di tutti; ma i ragazzini capiranno troppo tardi, quando rivedranno posti come questo e si renderanno conto che è passato talmente troppo tempo da poterci piangere sopra.
Guarda, sorge già il sole…figa, a ‘sto punto non dormo proprio più.
E adesso? Chi è quella?
No…è quella stronza che insegna aerobica, e quel pirla che le corre dietro? No, stanno facendo jogging all’alba? Che palle, ora inizieranno con i balletti mattutini, i tornei di palla nuoto, il megatoreno di beach-volley, i super partitoni di calcetto, ruba bandiera…e io c’ho i bambini…che gli faccio fare a quelli? Mah, io li piazzo al ping-pong e vaffanculo.
“Bonjour…”
“Bonjour…”
“Bonjour…” (sfigati).
Vabbè, non ho dormito un cazzo, chissà se mi fanno un caffè.
Tanto non c’è nulla a cui non si possa rimediare, dormirò nel pomeriggio, dirò ai bambini che ora si schiaccia (eh eh) un riposino, loro romperanno le palle, e allora li farò giocare a calcio e andrò a dormire un paio di ore.
Va che mare.
Che poi non è vero che non c’è nulla a cui si possa rimediare.
Se qui un giorno arrivasse uno tsunami? Tutto verrebbe sputtanato, una tragedia immane.
Che già, voglio dire, la Martinica non è che abbia un’economia da paura…
E se ci fossi anche io? Sopravviverei?
Se sopravvivessi scriverei un libro.
Un libro.
Per chiamarlo come?
Memorie di un animatore?
Non lo comprerebbe nessuno, ci vuole un altro titolo.







 




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7 gennaio 2005

L'essere peggiore di tutto l'occidente

Questo testo risale ai primi di dicembre e fa parte di un progetto chiamato: "racconti da forum".
Gli utenti del forum di
Videoline si sono impegnati a produrre o un testo o un disegno sul tema: punto di rottura. Se volete leggere questo racconto completo delle illustrazione di Akira_79, e se siete interessati ai disegni e racconti degli utenti di Videoline, visitate: the singing sea.

"Si deus est, unde malum ?"
(Sant’Agostino)

Era un periodo di merda, lo ammetto.
Forse più che di merda avrei dovuto definirlo strano, fatto sta che le cose tra me e il mondo non andavano certo rose e fiori.Il
lavoro era molto e la paga scarsa, la tv tentava perennemente di violentarmi,
la mia famiglia aveva deciso di dimenticarmi da qualche parte, in Iraq c’era la
guerra, Fabri Fibra era impazzito, per non parlare dei terroristi, dei masochisti, l’università, la
fame nel mondo, Antonio Ricci.Io
me la cavavo perché qualcuno mi teneva in vita e mi impediva di sbattere la
testa contro il primo chiodo nel muro, ma tuttavia c’era qualcuno messo peggio
di me.Isacco
Lafalce era nato a Milano da madre genovese e padre sconosciuto.Alle
elementari tutti lo chiamavano “Isacco sacco di merda” oppure semplicemente
“sacco”, talvolta solo: “merda”.Così
quando era cresciuto e aveva capito quanto fosse un problema vivere in società
con quel nomignolo, si era dato da solo il soprannome “Ike”, aiutato dal
personaggio di Isaac interpretato da Woody Allen in Manhattan.“Ehi
Ike” gli dicevano.“Bella”
rispondeva lui.Ike
rispondeva molto spesso con “bella”.Non
ricordo bene come lo conobbi; forse su un forum telematico.A
quei tempi frequentavo i forum degli scrittori, dei poeti e dei manga fans; ero
attratto dai disadattati e dai pazzi furiosi.Andammo
subito d’accordo perché anche lui stimava Saddam Hussein.Lo
reputava un superuomo, e lo venerava come una divinità.Io
mi limitavo a considerare Saddam un duro, ed apprezzavo in lui la faccia tosta
e la classe che mostrava nella sua aggressività.Iniziai
così a frequentare Ike; uscimmo a bere un paio di sere e il suo atteggiamento
non mi urtava particolarmente.Era
un bel ragazzo, con un viso rude, ma affascinante. Non era magro e si vestiva
abbastanza di cazzo per poter essere notato dalle donne.Mi
stupì la sua parlata e la sua voce.Da
uno che ha certe idee su Saddam e Mao mi aspettavo una voce possente, da
demagogo, invece parlava con tono ipnotico, a cavallo tra l’irritato e il
sicuro di se, come il protagonista di una sit-com, uno di quelli a cui tutto va
storto, quindi fanno fronte alla vita con cinismo e battute imprevedibili.Come
ho già sottolineato, non ricordo come lo conobbi, e non ricordo neanche bene
perché diavolo abbia iniziato a vivere con me, nel mio appartamento.Nessuno
dei due aveva un gran lavoro; io avevo trovato quel buco tramite Kato, e
soprattutto, lo avevo trovato quando ero abbastanza ricco da potermi permettere
un posto come quello, tra Lambrate e Ortica. Tuttavia con ciò che raccattavo
alla casa editrice di fumetti e quello che ci metteva lui riuscivamo a campare
dignitosamente.Qualcosa
da mangiare c’era sempre, qualcosa da bere anche.

2.
Ike era un gran bevitore.Diceva
di aver preso tutto da suo padre.Anche
se non lo aveva mai conosciuto, se lo immaginava come un gran bevitore,
autoritario e narcisista.Ike
era anche un gran fumatore di erba, e a quanto raccontava lui, scopava da dio.Io
dormivo nel mio letto, mentre lui aveva tramutato il divano in una cuccia
notevole.Non
sono mai stato un rompicoglioni, di conseguenza non avevo posto nessuna regola.Fortunatamente
Ike si amalgamò perfettamente con il mio stile di vita e di abitudini, almeno
per i primi tempi.Ricordo
che venne da me nei primi di settembre; aveva passato una estate del cazzo e un
indovino cinese gli aveva pronosticato una annata dura e schifosa.Una
volta lo sentì parlare al telefono con la sua fidanzata, una certa Anastasia.“Senti
un po’, pare che quest’anno giri storto quindi è meglio se ci lasciamo”.“Ma
perché? Io ti amo Ike….”.“Perché
se dev’essere un anno di merda, e meglio che sia io a decidere come soffrire,
sai che non amo farmi inculare dal destino, quindi è meglio se non ci vediamo più.
Io farò finta che tu mi abbia mollato, ti odierò e mi rattristerò per colpa
tua, forse cadrò anche in depressione e sarà solo colpa tua, perché è così che
va quest’anno”.“Ma
Ike cosa…”“’Sta
zitta, stronza!”.Riattaccò.Aveva
mollato la sua ragazza da vero protagonista di sit-com.

3.
I mesi passavano, Ike ed io eravamo praticamente inseparabili.Avevo
imparato a conoscere la sua vita.Lavorava
come scrittore per una nota rivista maschilista.Scriveva
articoli paradossali inventandosi storie più strambe spacciandole per posta dei
lettori.Roba
tipo: “Quest’ estate ho scopato con 12 uomini e tre donne” oppure “Sono un noto
presentatore televisivo e porto il tanga. A me piace così”.Aveva
degli amici eccentrici; del resto anche lui era un po’ eccentrico, almeno nel
modo di vestire, e soprattutto invidiava il fotografo della rivista per cui
lavorava, sia perché si vestiva in modo troppo eccentrico, sia perché era un
vero piacione e baccagliava solo modelle.“Quello
è un fottutissimo cavallo, che cazzo!” ripeteva.A
volte usava espressioni piuttosto stravaganti che io non capivo bene.Oltre
al lavoro di “bombarolo”, arrotondava come poteva, magari vendendo in nero
della roba oppure scommettendo sul calcio.Era
tifoso del Milan.Frequentava
spesso delle donne che però avevano il brutto vizio di contagiarlo sui gusti
musicali, ed a lungo andare mi risultò facile comprendere il suo carattere
tramite la musica che ascoltava.Il
fatto che portasse donne a casa non mi turbava più di tanto.Il
mio cinismo aveva fatto coppia fissa con la mia apatia e quindi prendevo il
vivere semplicemente come un pacco; non ne facevo una tragedia. Bevevo, fumavo
e stavo molto in silenzio a pensare.Spesso
le donne che si portava a casa Ike mi davano apertamente dello sfigato; altre
invece ci provavano, talvolta spudoratamente, ma io me ne fottevo.Non
era certo per fare il sostenuto, intendiamoci, era proprio che non mi andava di
avere quelle donne tra le palle.Finché
le palle erano di Ike, lui se le poteva gestire come voleva.Le
donne lo facevano uscire pazzo, sosteneva; tuttavia io credo che il problema
fosse più di natura sociale.Era
la vittima preferita del mondo.Non
avevo mai visto il mondo ridere così di gusto.Spesso,
dopo una bella sbronza o un cannone, ad Ike scendeva una sorta di abbattimento
e ripensando alla sua vita ripeteva: “figa, ora vado a casa e mi impicco”.Era
un intercalare, un abitudine.

4.
L’inverno arrivava, e mi spaventava.L’inverno
era la cosa più dura che il mondo avesse potuto creare contro di me.L’inverno
era la risposta di Dio a Rob Wilco, mentre Ike era la risposta di Dio ai
bestemmiatori e agli atei.Sulla
fine di novembre, Ike prese a fumare una quantità industriale di sigarette.Io
ero piuttosto impegnato sul lavoro, l’università mi stressava, Carmine era
partito per gli Stati Uniti, mia madre stava uscendo di testa e di Saddam non
si parlava più.Una
mattina Ike mi svegliò con un paio di bestemmie.“Oh
merda…merda!” ripeteva.“Ehi
Ike, che ti prende?” gli domandai.“Eh,
cazzo! Mi sa che ho una gamba più corta dell’altra. Mi fa un male fottuto ed è
chiaramente più corta dell’altra!” e giù di bestemmie.Lo
feci alzare dal divano e gli guardai le gambe.Una
era effettivamente più corta dell’altra.“Eh,
mi sa.” Dissi tranquillamente. Ero abituato a situazioni paradossali, ma ero
meno abituato ad avere gente in paranoia per casa.“Come
ti sa?” -bestemmia- “E adesso cosa faccio?” –bestemmia a ripetizione.“Non
lo so…bella…”“Bella
un cazzo! Rob, aiutami. Tu hai il padre che fa il medico, sei un fottuto
sciamano del cazzo, dammi una mano a uscire da questo casino”.“Ike,
io non sono un medico, non so cosa dire”.“Ma
mi fa male, Cristo!”“Ti
preparo una tisana…”.“Me
ne fotto della tisana…operami, sistemami questa merda!”.“Guarda
che ti faccio una tisana sciamanica…” mentii.“Ah
va bene, allora bella”.Gli
preparai una tisana al cinnamono e così si calmò.Dopo
poche ore mi tirò nuovamente:“Ehi
Rob, dammi qualcosa da leggere. Mi sta venendo l’orchite.”“Hai
mai letto Bukowski, Ike?”.“No”.“Tieni,
questo è il suo libro più bello”.“Bella
di Bukowski”.Si
lesse per tutto il giorno Hot Water Music,
poi la sera vennero a trovarci Kato con la bionda che si portava a letto e un
paio di amici di Ike: un uomo mezzo gay e una donna gallese vestita da
puttanone, che avrà avuto si e no diciannove anni.Ci
scolammo un paio di bottiglie di Southern Confort, poi ci giocammo i vestiti a
scopa.Restammo
tutti nudi; il gay aveva un’erezione spropositata e ciò mi turbava parecchio.Il
puttanone gallese era completamente sbronzo, ma non degenerò più di tanto.Ad
un tratto, in un momento di silenzio, Ike disse: “Che merda! Ho una gamba più
corta dell’altra”.La
gallese fece una battuta sfruttando il parallelismo gamba – pisello e ci lasciò
tutti con un retrogusto di tristezza (tutti escluso quel gay che invece scoppiò
a ridere).Ike
rimase in silenzio.Lo
stereo suonava del dub di prima categoria.

5.
Una sera di dicembre Ike uscì per farsi una seratina con gli amici, mentre io
stetti a casa con Kato a giocare a King Of Fighters sulla playstation.Ero
in palla, stavo giocando da dio: usavo “polpettone” (non ricordo mai il nome di
quel personaggio) e Terry in maniera ponderata, e anche Kato non se la cavava
male col “Nazi” (non ricordo il nome neanche di questo personaggio).Tirammo
le tre, tra un cannone e l’altro.Ad
un tratto entrò Ike, tutto sudato; più che sbronzo pareva fatto di coca.Sussurrò
qualche bestemmia, e poi si sedette sul divano.Kato
si accorse subito che qualcosa non andava e con estrema dolcezza gli domandò
cosa fosse successo.Ike
parlò: “Ok, cazzo. Sono uscito a bermi qualcosa con quelli del lavoro. Tra un
bicchiere e l’altro mi si avvicina una bella romana, tutta infighettata che mi
chiede se sono uno del Grande Fratello”.Fece
un tiro al cannone.“Io
inizio a parlarci, beviamo un po’ e lei mi stuzzica una cifra…mi fa arrapare
come non mai, non so se mi spiego, sai quando hai proprio la scimmia di farlo,
che sei lì preso benissimo…non so se è chiaro, dio*****”.“Cristallino”
risposi io.“Ecco…”
riprese “Allora sono lì, ma non riesco a farmela. Poi lei se ne va in disco e
io rimango fisso come un ciula, con il coso in tiro e un incazzatura molesta”.“Peso…”
suggerì Kato.“Peso…”
annuì io.“Ad
un tratto mi si avvicina Frensis (il gay della sera che ho menzionato prima) e
dice che forse sono andato in bianco per via della mia gamba più corta…”Si
tolse la giacca e il maglione. Aveva una maglietta con scritto: NON SONO STATO
IO, NO!“Eh,
dio****, mi faccio riaccompagnare a casa, e invece di entrare sono andato a
cercarmi una troia in zona…prelevo cinquanta euro e mi metto a pedinare il territorio,
ma non trovo un gran che, così mi sono spinto più in là…”“No…”
disse Kato che aveva già capito tutto.“Dio****,
trovo sta qua…una merda, ma ero troppo arrapato, costava anche poco, e inizio a
farmela, ma minchia, aveva il pacco…”Silenzio.“Come
il pacco?” dissi io.“No…”
proseguì Kato.“Eh
si, aveva anche lei un bel cazzo in tiro, cristo…era un trans…:”“Non
dirmi che l’hai ucciso..:” lo interruppi, pensando già di dover chiamare il mio
avvocato a Treviso.“No…cazzo…oh
merda…glielo leccato e me lo sono fatto…mi sono fatto un travone….cazzo…un
fottuto travone…”“Ma
perché………?” domandò Kato stupito.Io
ero tranquillo sul piano legale. Non dovevo chiamare Ryoga, il mio avvocato, a
Treviso.“Non
lo so ragazzi…non lo so…merda….merda…io non sono uno di quelli…oh merda…”Rimase
di sasso, con la faccia distrutta.Kato
si fermò a dormire e optò per restare qualche giorno.Fu
la soluzione più saggia, perché non avrei saputo come comportarmi in una
situazione del genere.Lo
stereo pompava Mr. Simpatia di Fabri Fibra.

6.
Il giorno di Natale andai a festeggiarlo a casa di Kato con tutta la sua famiglia.Lasciai
Ike immobile sul divano, avvolto da una luce blu, che veniva da fuori, molto
contrastante.“Ike
io vado da Kato per il Natale”.“Bella
di Kato” rispose.Tornai
nel pomeriggio e lo vidi nella stessa identica posizione.Non
dissi niente e rollai una canna, prima di mettermi al lavoro.Ad
un tratto parlò: “Mi sono masturbato tutto il giorno”.Tacqui.“Mi
sarò fatto una ventina di rasponi”.Finii
di rollare e accesi il pc.“….tutti
pensando a quel trans…”.Lo
guardai come si guarda l’orso bruno ucciso dai bracconieri, o come l’elefante
che piscia sangue per via di una pallottola.Poi
controllai subito la cronologia di internet, ma era tutto regolare.Lo
stereo ci regalava ancora una volta Mr. Simpatia di Fabri Fibra.

7.
A gennaio iniziò a fare veramente freddo.Io
non stavo per niente bene, ero ossessionato da mille dubbie e i fantasmi della
mattina puntavano dritti al mio senso di fallimento.Guardavo
dalla finestra, avvolto da una coperta di lana, il sole rattrappirsi tra le
nuvole e la nebbia.Il
grigio sullo sfondo si ghiacciava spesso di viola e gli alberi morti mi
facevano pensare a una vita alternativa.Ike
perdeva i capelli.Passava
le giornate in casa a masturbarsi e a cercare su internet siti di medicina.Si
era fatto concedere di lavorare a casa, non so come.Tirava
su sempre lo stipendio, ma aveva avuto una brutta perdita al gioco e quindi
anche lui, in quel gelo maledetto, si era visto costretto a mangiare solo
tonno.“Temo
di essere malato, Rob…”Non
parlava più molto e quando apriva bocca il suo alito sapeva di ipocondria.Io
gli davo una mano con qualche placebo, ma serviva a poco.Nel
suo silenzio si poteva chiaramente distinguere il fatto che fosse ossessionato
dal sesso e allo stesso modo anche dalla paranoia di essere malato.Perdeva
i capelli e diceva di avere l’aids.Tremava.Non
dormivamo più molto.Io
non me la passavo certo meglio; ero in una situazione diversa dalla sua, ma non
ero né sereno, né tranquillo per potere infondere il lui le famose “onde
positive” di cui parlava spesso.Aveva
diminuito le bestemmie, ma aveva preso a vomitare.Questo
durante il giorno.La
sera si sbronzava parecchio con roba forte tipo Jack Daniel’s o vodka liscia.Qualche
volta usciva per poi tornare peggio di prima; probabilmente dopo aver passato
qualche ora con una puttana o, peggio, con un trans.Mi
raccontava di sua madre, di quanto la odiasse e spesso infarciva gli aneddoti
con qualcosa di perverso: qualche sevizia che aveva avuto da piccolo e fattacci
di questo calibro.Mi
parlava sempre di sesso: passava da racconti di “chiavate estreme” come le
definiva lui a molestie che aveva ricevuto da qualche amico di famiglia, ma
temo che queste ultime fossero solo palle per giustificare quel piccolo
problema con l’omosessualità, che tanto lo angosciava.“C’ho
l’aids…lo so…c’ho l’aids…” ripeteva piano.Certi
giorni erano estremamente estetici nella loro tragedia.Mi
sembrava di sentire delle voci femminili perse nella nebbia, e il morto
paesaggio invernale aveva un non so che di sensuale.A
volte piangevo, da solo.Ike
non piangeva; si congelava nella sua espressione, e non mutava mai il suo tono
di voce.Una
sera, venne fuori un argomento piuttosto strano.Non
ricordo molto bene il perché, però Ike iniziò a parlare bene della figlia di un
suo collega.Nei
giorni seguenti, era come uno zombie, ma tuttavia si muoveva di più, era un po’
più sveglio e usciva frequentemente, soprattutto verso le quattro del
pomeriggio.Parlava
sempre di questa figlia: raccontava aneddoti per nulla particolari, ma il tema
centrale era questa ragazza, della quale è meglio evitare di dire il nome.Kato
era presente quando accadde il fatto spiacevole.Era
tardi, saranno state le due di notte, e Ike non esitò a raccontare di questa
figlia anche a lui.Ne
parlava bene, troppo bene, e sapeva un mucchio di particolari che non mi aveva
mai detto.Ad
un tratto, sorrise per fare una battuta: “Minchia, vorrei vederle le mutandine,
eh eh…”Kato,
stupito del fatto che uno come Ike non avesse ancora consumato con una che lo
attraeva in modo così ossessivo gli domandò quanti anni avesse questa ragazza.Era
la domanda giusta; ancora una volta Kato aveva capito tutto.La
ragazzina aveva dieci anni.Kato,
sempre con voce dolce e con lo sguardo profondo suggerì ad Ike che forse era il
caso di iniziare una terapia da un analista.Ike
scosse la testa: “…merda…”.Lo
stereo, in sottofondo, ci dava pillole di Nick Cave.

8.
Ike entrò in terapia con il dottor Chiesa detto anche dottor “Dio*****” come lo
chiamava lui.Tornava
a casa sempre molto agitato e al settimo cielo.Io
mi ero un po’ ripreso, andavo più spedito con il lavoro, ma dentro di me sapevo
che era tutta una copertura.L’inverno
era ancora lì e io stavo cedendo.Ike
si riprese, si superò e non perse più i capelli.Era
sempre molto eccitato, andava e veniva da casa come se fosse sempre
impegnatissimo.Aveva
ripreso a lavorare in sede, si vestiva in modo più elegante e parlava più
velocemente.Aveva
anche ripreso a bestemmiare.“Ehi
Ike” gli dicevano.“Dio****,
bella!”Sul
piano puramente amministrativo, Ike non mi dava problemi.I
soldi c’erano, e spesso metteva anche lui per me.Puntava
tutto su questo dottor “Dio*****” e mi raccontava sempre delle sedute,
iniziando ogni volta con:“Minchia
oh, parliamo una cifra”.Era
sempre allegro, contento, frenetico.Sembrava
un film di Tsukamoto.Aumentò
le sigarette, le canne e il bere, il tutto nel mio buco (che, intendiamoci, era
anche suo, visto che pagava l’affitto).Senza
preoccuparsi di niente organizzava feste su feste, invitando gente vecchia e
nuova, soprattutto donne, tutte molto eleganti, alcuni simpatiche e piacevoli,
altre solamente piacenti.Musica
molto alta, droga leggera, fiumi di super alcolici, qualche discorso e poi
sesso.Una
sera mi ritrovai in cucina a parlare con una di nome Caterina.Era
molto magra, ma aveva un viso pulito, di classe, ed era estremamente elegante.Le
raccontai di voler scrivere un giallo, poi le dissi la mia opinione su: “Il
buono, il brutto e il cattivo” e infine le domandai se non trovasse strano il
fatto che fossero tutti molto eleganti per essere ospiti di uno come me e del
mio buco di merda.Lei
annuiva deliziosamente.Ike
invece era in sala a scopare sul tappeto con tre ragazze.Un’altra
notte la passai con Melissa.Graziosa
biondina, molto colta, che mi disse la sua a proposito di Ezra Pound e di
Eliot, per poi accoccolarsi su se stessa ad ascoltare me che elogiavo Murakami
e Ozu.Ike
invece era in bagno con quattro donne.Lo
stereo passava da Britney Spears a Lloyd Banks.

9.
Dovette essere presente anche Kato per farmi dire la famosa “sorpresa” di Ike.“Cazzo,
dovevo andare da Katia sta sera…” si lamentò Kato.“Dio****
Kato, ascolta qui! Ora sto con una ragazza che ne sa un cifro! E’ stupenda, la
amo”.La
ragazza si chiamava Veronica.Era
davvero carina, molto affascinate.Amava
la poesia, ma diceva un po’ troppe parolacce.“Cazzo
Rob, è grazie a te se me la faccio!” diceva scherzando Ike.“L’ho
conquistata con Bukowski…lei ne va pazza!” continuò.“Allora
devi ringraziare il buon vecchio Hank, amico mio..:” suggerì io.Ike
sembrava in ottima forma; era sempre esagitato, tuttavia il clima in casa era
cambiato radicalmente, e anche io presi ad uscire di più.Ben
presto mi accorsi che la storia con Veronica non era molto stabile: giravano
anche altre donne, ma come ho già detto prima, finché erano le palle di Ike,
per me era tutto ok.Un
sabato notte tornai dal Rattazzo in compagnia di Kato e di Orghe.Eravamo
tutti piuttosto sbronzi, e alquanto allegri.Entrammo
in casa e vidi il delirio allo stato puro.Orghe,
che non era mai stato da me prima, si lasciò scappare un porco*** che risuonò
come il colpo di una quarantaquattro magnum.Davanti
a noi c’era una vera e propria orgia gigantesca, di almeno una dozzina di
individui.Uccelli,
passere, ammucchiate, uomini con donne, donne con donne, donne con bottiglie,
uomini con falli di gomma, insomma: un vero casino.Rimasi
particolarmente colpito da come era tutto illuminato alla perfezione, con luci
sensazionali, tra il verde e il viola, davvero stupende.Non
vidi Ike e riparai in cucina insieme a Kato per farmi un cannino, mentre Orghe iniziò
a sclerare contro una donna che a quanto pare era la sua ex e si stava facendo
fottere da due ragazzi sui vent’anni.Passarono
poche ore, e verso le quattro sentì una breve sgommata provenire dalla strada.Poi
il campanello.L’orgia
si era un po’ placata. Orghe e la sua ex si stavano pestando di brutto,
qualcuno rompeva delle bottiglie di Bombay Gin sul tavolo e qualcun altro
restava nudo sul divano.Aprii
la porta e mi trovai un uomo di mezza età; una specie di professore con lo
sguardo accigliato e due dita strette sul setto nasale.Usò
una voce profonda ed estremamente chiara: “Dov’e cazzo è mia figlia, stronzo?”.Ok,
pesai. Qual’ era il numero del Ryoga?Ike
uscì dal bagno e con lui anche una ragazzina sui quattordici anni, ubriaca
persa.Ike
lasciò casa mia la mattina seguente.Trovai
un biglietto sopra Hot Water Music di
Bukowski: “Scusami”.Dentro
al libro c’erano anche cinquecento euro.Lo
stereo macinava ironicamente Frank Sinatra.

10.
Non seppi più nulla di Ike fino ad aprile.La
mia vita era uno schifo come al solito; ora vivevo nuovamente solo, ma almeno
l’inverno stava smaltendo i postumi della sua sbornia.Non
dovetti mai chiamare Ryoga per il semplice fatto che non fui mai denunciato.Io
non ce l’avevo con Ike, intendiamoci; ero solo un po’ scosso, ma infondo mi
preoccupavo più di tirare a campare che di fare il moralista.Avevo
avuto una storia con una ragazza, ma non era durata a lungo.Lei
diceva che tra noi non poteva funzionare, ma che comunque ero un bel ragazzo.Come
al solito i miei sabati sera li passavo al Rattazzo, insieme a tutti i falliti
che popolano la Milano dai venti ai trent’anni circa.Fui
bocciato all’esame di teoretica ed eccezionalmente quel giorno, mi recai al
Rattazzo anche se erano solo le cinque.Mi
scolai un paio di negroni, finché mi si piazzò di fianco Melissa, la biondina
amante di Pound.“Ciao
Yasujiro…” mi disse lei scherzando (Yasujiro è il nome di Ozu).“Ehi
Melissa” replicai.“Ehi
Rob Wilco” replicò.“Bella”
incalzai; “Come sta Ike?”.“Ike
è morto, Rob Wilco”.Seppi
che una sera, dopo una sbronza particolarmente dura, era tornato a casa da sua
madre e si era impiccato.Terminai
il mio negroni in un sorso solo e poi mi diressi lentamente a casa,Il
mio buco sapeva di incenso e di cannabis.Mi
accesi una sigaretta e dopo qualche boccata alla finestra chiamai Kato
chiedendogli se aveva voglia di venire da me.Misi
su un pezzo di Tom Waits: Clap Hands e lo ascoltai più volte.




permalink | inviato da il 7/1/2005 alle 12:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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